Ivo Kummer – Cinema svizzero tra luci e ombre
Alla vigilia del Festival del film di Locarno, una radiografia della settima arte prodotta nella Confederazione. Spesso bloccata, purtroppo, al confine.
Cooperazione: A fine 2010 si è parlato di un anno proficuo per il cinema svizzero. Una valutazione forse troppo positiva?
Ivo Kummer: La quota di mercato di produzioni e coproduzioni svizzere è effettivamente aumentata dal 5,18 al 5,54 per cento. Le opere nazionali hanno registrato un incremento di 150 mila spettatori. Il risultato è dunque superiore alla media.
Quali fattori determinano queste oscillazioni?
È sottinteso che l’offerta gioca un ruolo determinante. Il thriller «Sennentuntschi», ambientato sulle Alpi, ha per esempio ottenuto ampi consensi, raggiungendo una quota di 140mila ingressi, entrando nella «top 30» dei film elvetici. Il pubblico ha peraltro apprezzato le molte altre fiction e i documentari.
Citando i titoli che oltralpe hanno avuto parecchio successo, ci si rende conto che in Ticino, spesso, non sono arrivati.
Dove sta il problema?
Si potrebbe pensare ai costi di traduzione quale causa principale. Ma non è così. A essere determinanti sono due altri aspetti. Il primo è la concorrenza: con un cartellone ricolmo di brillanti titoli hollywoodiani, o comunque di solidi «blockbuster» provenienti dall’estero e pensati per le masse, non è facile trovare spazio. La seconda questione è legata ai contenuti proposti.
Si spieghi meglio.
I film del ticinese Silvio Soldini funzionano molto bene tanto nella Svizzera tedesca quanto in quella francese. «Sinestesia», di Erik Bernasconi, nel vostro cantone ha brillato. E lo stesso è accaduto quando è stato proiettato alle Giornate cinematografiche di Soletta. Eppure il distributore, nonostante gli sforzi, non è riuscito a farlo arrivare nelle sale confederate. Lo stesso avviene, all’inverso, per i film realizzati nelle aree tedescofona e francofona del paese.
Superare la frontiera rossocrociata ed emergere all’estero è ancora più complesso. Qual è il quadro della situazione?
Una volta di più, l’ostacolo principale è rappresentato dalla distribuzione. Se il prodotto ha un potenziale internazionale, l’operazione è un po’ meno complessa. Ma comunque non semplice. Nella zona di Zurigo si sfornano parecchie fiction, che tuttavia solo in alcuni casi sbarcano in Germania. Per rendere la strada meno tortuosa, si punta così sulle coproduzioni.
Con quali vantaggi?
Il partner straniero ha tutte le ragioni per far sì che la pellicola sia proiettata anche nella sua nazione. Altrimenti non avrebbe accettato di finanziarla.
Fiction a parte, quali altri generi riescono a trovare un mercato fuori dai nostri confini?
L’animazione ha parecchie chance. Ma è purtroppo raro che la Svizzera riesca a proporre un lungometraggio di questo tipo: i costi sono molto elevati e, in più, per realizzarlo occorrono centinaia di specialisti.
La Confederazione elargisce al cinema circa 46 milioni all’anno. «Spiderman 2», a titolo di paragone, è costato 4 volte di più. Siamo troppo piccoli?
È un dato di fatto. Tanto più se si considera che il sostegno dell’Ufficio federale della cultura è ripartito tra promozione dei film e della cultura cinematografica, partecipazione al programma Media dell’Unione europea, formazione e Cineteca svizzera. La suddivisione in tre aree linguistiche crea poi ulteriori limiti. Ciò nonostante, capita talvolta di confrontarsi con piacevoli sorprese. Come quella del celebre «Vitus» di Fredi Murer (2006), che all’estero è piaciuto molto. Negli Stati Uniti si sta addirittura pensando a un suo remake.
A proposito di sovvenzioni: se un americano, abituato alla cultura del «farsi da soli», dovesse chiederle perché lo Stato deve aiutare il cinema, cosa risponderebbe?
Pressoché ogni paese del mondo, piccolo o grande che sia, vanta una produzione nazionale. La settima arte è infatti uno strumento utile per rafforzare la propria identità. Ancor più in Svizzera, dove il cinema, pur con i condizionamenti già ricordati, può facilitare la reciproca comprensione culturale.
Per il cinema svizzero il momento è delicato. In questi mesi si ridiscutono il «Pacte de l’audiovisuel» e il metodo d’assegnazione dei sussidi federali. Cosa succederà?
È ancora presto per dirlo. Lo farò solo quando l’edizione 2011 del Festival del film di Locarno sarà stata archiviata. Durante la kermesse sarò ovviamente in Ticino e ne approfitterò per raccogliere l’opinione di tutti gli interessati. Chi mi conosce, sa bene che per me il dialogo è fondamentale. Il mio compito sta nel preparare il terreno su cui avverranno le discussioni. E sono certo che riusciremo a trovare un compromesso, com’è nella natura svizzera.
D’altronde, come responsabile della sezione Cinema, non è stato assunto solo per prendere decisioni sui finanziamenti…
Esatto. Ci si muove sempre in sintonia con una commissione di esperti, dopo avere ascoltato le parti in causa. Tra i miei incarichi c’è anche l’incentivazione della cultura cinematografica, in varie forme.
Ha già qualche sogno nel cassetto?
Avendo iniziato questa nuova esperienza solo da un mese, sto ancora perfezionando la mia analisi della struttura bernese. Successivamente stabilirò cosa realizzare. Al sogno preferisco in ogni caso la concretezza.
Alcuni addetti sostengono che da noi, in tale ambito, si soffre di un complesso d’inferiorità. È vero?
Non sono d’accordo. Un attore come Bruno Ganz è stato in grado di emergere su scala internazionale. Marc Forster è riuscito a dirigere una pellicola della leggendaria serie con protagonista James Bond. La ticinese Carla Juri è stata premiata come migliore interprete non protagonista ai Quartz 2011 (il Premio del cinema svizzero), e punta agli Stati Uniti.
Quali atout ci vengono riconosciuti?
Sembrerà uno stereotipo, ma abbiamo una mentalità orientata al lavoro serio e preciso. E questo piace. Certo, la concorrenza è forte. A decretare la fama o il flop è, in definitiva, il mercato. Che è sempre poco prevedibile.
A Locarno, nel concorso internazionale, ci saranno ben tre opere elvetiche. Una volontà politica?
Proprio no. Anzi, è un segno di qualità che mi fa gioire. Olivier Père effettua le sue scelte secondo criteri che trascendono le influenze politiche. Se un materiale rossocrociato è stato selezionato, è quindi perché lo merita. Non si tratta di un regalo.
Guardando in prospettiva, l’avvento delle tecnologie digitali potrebbe agevolare l’emersione dei cineasti indigeni?
Sono molto cauto nel sostenerlo. Le principali voci al capitolo «uscite» del piano finanziario rimangono gli stipendi degli attori e del personale tecnico e la promozione. È vero però che, rispetto alla classica e costosa pellicola nel formato 35 millimetri, il digitale alleggerisce le spese di copiatura. A beneficiarne, in particolare, sarà il cinema indipendente.
Per concludere: come appare il cinema svizzero agli occhi di Ivo Kummer?
È mia consuetudine definire i nostri film come opere d’artigianato. Gli artigiani non possiedono industrie immense, bensì minuti atelier. Creano lavori ben fatti, in quantità ridotte e non destinati alle folle. E nel cinema nazionale avviene qualcosa di simile.
Il ritratto
Ivo Kummer
Nato a Soletta nel 1959, laureato in germanistica e giornalismo all’Università di Friburgo, dal 1° luglio scorso Ivo Kummer è responsabile della sezione Cinema dell’Ufficio federale della cultura. Nel 1987 ha fondato la società di produzione Insertfilm AG e dal 1989 ha diretto le Giornate cinematografiche di Soletta. Nel Concorso internazionale 2011, il Festival di Locarno presenta tre produzioni o coproduzioni svizzere: «Abrir puertas y ventanas» di Milagros Mumenthaler (Argentina/Svizzera/Olanda), «Mangrove» di Frédéric Choffat e Julie Gilbert (Svizzera/Francia) e «Vol spécial» di Fernand Mélgar (Svizzera).
(Cooperazione n. 31, 2.8.2011)