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Archivio per agosto 2011

FilmPlus, 400 mila fr. per il Ticino

agosto 26, 2011 Lascia un commento

ASCONA – Oggi al Monte Verità di Ascona, il direttore del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport Manuele Bertoli e il direttore dell’Ufficio federale della cultura Jean-Frédéric Jauslin hanno sottoscritto il contratto di collaborazione che rinnova l’impegno congiunto della Repubblica e Cantone Ticino e della Confederazione Svizzera a favore del Fondo FilmPlus della Svizzera italiana.

Lo scopo di questo fondo regionale di aiuto alla produzione cinematografica indipendente della Svizzera italiana (www.ti.ch/FilmPlus) è quello di sostenere e rafforzare la produzione audiovisiva indipendente e la realizzazione di opere audiovisive attraverso l’assegnazione di sussidi automatici e complementari ai finanziamenti già ottenuti a livello nazionale e/o cantonale.

Attivo dal 2005, il Fondo FilmPlus disporrà per il quadriennio 2012-2015 di un importo complessivo di oltre 400’000.- franchi all’anno. Possono beneficiare di questi aiuti finanziari i produttori e i registi o registi-produttori delegati indipendenti, domiciliati nella Svizzera italiana da almeno tre anni, e i produttori svizzeri con registi domiciliati nella Svizzera italiana da almeno tre anni.

66 le produzioni (40 documentari, 23 fiction e 3 film d’animazione) sostenute dal 2005 al 2011 dal Fondo FilmPlus della Svizzera italiana; 2’714’000.- franchi è l’importo complessivo dei sussidi assegnati. Quasi 34 milioni i franchi investiti per la realizzazione delle 66 produzioni, con una ricaduta per la Svizzera italiana di circa 20 milioni
Al finanziamento del Fondo FilmPlus della Svizzera italiana contribuiscono anche il Cantone dei Grigioni, Swissimage e la Società Svizzera degli Autori.

Da www.tio.ch

SE MANCANO LE RISORSE PER FARE FILM IN TICINO

agosto 26, 2011 Lascia un commento

di Villi Hermann, regista e produttore, Corriere del Ticino, 13 agosto 2011

Attualmente parlano tutti del cinema ticinese con un certo otti­mismo solare, ma secondo me la si­tuazione è piutto­sto nebulosa. Pren­diamo ad esempio due cantoni di frontiera come il nostro, Basilea e Ginevra, due cantoni dove c’è una forte concentrazione ban­caria, economica e di manodopera, co­me da noi, ma dove però spendono molto, ma molto di più per i film. Sen­za considerare le somme con cui finan­ziano anche il teatro, il balletto; pen­sando all’opera del Grand Théâtre de Genève o al Basler Theater, mi gira la testa. Inoltre questi teatri stimolano la collaborazione fra attori e cineasti, mentre da noi non c’è nemmeno un teatro stabile. Cito altri cantoni e re­gioni e le cifre con le quali aiutano il loro cinema: Zürcher Filmstiftung 8,38 milioni di franchi, Fonds REGIO Films (raggruppamento dei cantoni roman­di) 4,63 milioni; Canton Ginevra 1,02 milioni; ProCinéma Berne 2,16 milio­ni; Canton Argovia 640 mila franchi.
Siccome vivo in una regione viticola, il Malcantone, e mi piace il buon vino, come il buon cinema, oso fare un pa­ragone effimero. A cosa servirebbero Wine Magazine, enoteche design, bot­ti in rovere francese, serbatoi in inox che luccicano, Wine&Blues, creare un itinerario enogastronomico, cantine griffate da architetti famosi con attrez­zi da laboratorio fantastici, se poi man­ca il buon vino maturato in casa del­la regione che produce vini DOC? C’è sempre una soluzione per vendere del vino: importarlo con cisterne, trafficar­lo ed etichettarlo con furbizia. Esatta­mente quello che potrebbe accadere per il nostro cinema. Abbiamo e sognia­mo: la Casa del cinema, il FilmPlus della Svizzera italiana, un cluster, una filiera del cinema, premi, una Filmcom­mission, presenze cine-turistiche, pale­stre e piazze, master in cinema, scuole audiovisive, Pardo Way, congressi, se­minari, dottori in semiologia e anche una mappatura del territorio audiovi­sivo. Ma dove sono i film? E se doma­ni venisse a mancare un aiuto seletti­vo cospicuo e costante da parte del DECS, vale a dire l’aiuto culturale ini­ziale, deciso da una commissione cul­turale competente? Un DECS che met­te a disposizione fino a oggi soli 250-270 mila franchi annui, una somma che non è neanche la metà del costo di un solo documentario svizzero presen­tato al Festival di Locarno. Senza l’aiu­to basilare, ossia il sussidio generoso da parte del DECS, dunque, il nostro cinema non può crescere. Oggi per una
fiction ci vogliono circa 2 milioni di franchi e per un documentario per il cinema intorno a 400-600 mila fran­chi. Come può una commissione sce­gliere i migliori progetti se ha solo po­co, anzi pochissimo a disposizione? L’unica soluzione è raddoppiare il fon­do all’aiuto cinematografico: minimo mezzo milione. E senza la promozione non si riesce a far conoscere nessun film e nemmeno il Kebab. Spesso noi pro­duttori e cineasti non abbiamo più un soldo per stampare volantini per il no­stro film oppure per fare un nuovo si­to web interattivo.
Le varie organizzazioni culturali, fon­dazioni ed istituti dovrebbero finanzia­re con maggior coraggio i nostri film. Ho visto nei titoli di quasi tutti i film svizzeri presentati a Locarno, nomi di banche cantonali, città e comuni sviz­zeri. E da noi ? Le banche hanno sede oltre Gottardo e oltre Sarina e non de­cidono niente in loco. Abbiamo quat­tro casinò che secondo la legge dovreb­bero versare una certa percentuale a scopo culturale: dove sono, che fanno per l’audiovisivo, che è un’arte consu­mata specialmente dai giovani? Qua­si tutti, enti, fondazioni, comuni, città rispondono sempre alle nostre richie­ste con frasi sibilline: a causa del rego­lamento, per via del budget esaurito o di un’altra disposizione dell’ufficio mar­keting, comunichiamo che… Ma se non si farà niente nei prossimi mesi, il fiorellino del cinema locale non crescerà neppure per poter raccogliere un miserabile mazzolino. Ogni film no­stro che è selezionato ad un festival in­ternazionale parla di noi, della nostra cultura, del nostro territorio ed è un ot­
timo ambasciatore, ma non esiste nes­sun aiuto regionale per quest’attività, per questa promozione, anche se la pre­senza a festival internazionali è la ga­ranzia di una visibilità richiesta da molti.
Di tutto l’aiuto da parte della nostra televisione dato al nostro cinema indi­pendente non posso trattare qui, sicco­me è molto complesso; esigenze di au­dience, programmazione, appalti e nuovi media. Posso solo testimoniare che senza la coproduzione nell’ambito del
pacte con noi produttori e cineasti indipendenti non potremmo intrapren­dere niente, siccome la strada che por­ta a Berna è molto sassosa. Ma se vo­gliamo mantenere una nostra identità e non essere sommersi dai film della vi­cina penisola, dove esiste un’industria potente e aggressiva, o essere invasi dai film americani, dobbiamo difenderci, essere più orgogliosi della nostra cul­tura e costruire insieme questa cultu­ra, con più soldi, con fantasia e crea­tività, altrimenti i nostri figli troveran­no solo film blockbuster e cinepanetto­ni nei loro archivi e nelle videoteche.
Il nuovo direttore della Sezione cine­ma dell’Ufficio federale della cultura, il cineasta e produttore Ivo Kummer, ha dichiarato: «La settima arte è uno strumento utile per rafforzare la pro­pria identità. Ancor più in Svizzera, dove il cinema può facilitare la reci­proca comprensione culturale».

Ivo Kummer – Cinema svizzero tra luci e ombre

agosto 4, 2011 Lascia un commento

Alla vigilia del Festival del film di Locarno, una radiografia della settima arte prodotta nella Confederazione. Spesso bloccata, purtroppo, al confine.

Cooperazione: A fine 2010 si è parlato di un anno proficuo per il cinema svizzero. Una valutazione forse troppo positiva?
Ivo Kummer: La quota di mercato di produzioni e coproduzioni svizzere è effettivamente aumentata dal 5,18 al 5,54 per cento. Le opere nazionali hanno registrato un incremento di 150 mila spettatori. Il risultato è dunque superiore alla media.

Quali fattori determinano queste oscillazioni?
È sottinteso che l’offerta gioca un ruolo determinante. Il thriller «Sennentuntschi», ambientato sulle Alpi, ha per esempio ottenuto ampi consensi, raggiungendo una quota di 140mila ingressi, entrando nella «top 30» dei film elvetici. Il pubblico ha peraltro apprezzato le molte altre fiction e i documentari.

Citando i titoli che oltralpe hanno avuto parecchio successo, ci si rende conto che in Ticino, spesso, non sono arrivati.
Dove sta il problema?

Si potrebbe pensare ai costi di traduzione quale causa principale. Ma non è così. A essere determinanti sono due altri aspetti. Il primo è la concorrenza: con un cartellone ricolmo di brillanti titoli hollywoodiani, o comunque di solidi «blockbuster» provenienti dall’estero e pensati  per le masse, non è facile trovare spazio. La seconda questione è legata ai contenuti proposti.

Si spieghi meglio.
I film del ticinese Silvio Soldini funzionano molto bene tanto nella Svizzera tedesca quanto in quella francese. «Sinestesia», di Erik Bernasconi, nel vostro cantone ha brillato. E lo stesso è accaduto quando è stato proiettato alle Giornate cinematografiche di Soletta. Eppure il distributore, nonostante gli sforzi, non è riuscito a farlo arrivare nelle sale confederate. Lo stesso avviene, all’inverso, per i film realizzati nelle aree tedescofona e francofona del paese.

Superare la frontiera rossocrociata ed emergere all’estero è ancora più complesso. Qual è il quadro della situazione?
Una volta di più, l’ostacolo principale è rappresentato dalla distribuzione. Se il prodotto ha un potenziale internazionale, l’operazione è un po’ meno complessa. Ma comunque non semplice. Nella zona di Zurigo si sfornano parecchie fiction, che tuttavia solo in alcuni casi sbarcano in Germania. Per rendere la strada meno tortuosa, si punta così sulle coproduzioni.

Con quali vantaggi?
Il partner straniero ha tutte le ragioni per far sì che la pellicola sia proiettata anche nella sua nazione. Altrimenti non avrebbe accettato di finanziarla.

Fiction a parte, quali altri generi riescono a trovare un mercato fuori dai nostri confini?
L’animazione ha parecchie chance. Ma è purtroppo raro che la Svizzera riesca a proporre un lungometraggio di questo tipo: i costi sono molto elevati e, in più, per realizzarlo occorrono centinaia di specialisti.

La Confederazione elargisce al cinema circa 46 milioni all’anno. «Spiderman 2», a titolo di paragone, è costato 4 volte di più. Siamo troppo piccoli?
È un dato di fatto. Tanto più se si considera che il sostegno dell’Ufficio federale della cultura è ripartito tra promozione dei film e della cultura cinematografica, partecipazione al programma Media dell’Unione europea, formazione e Cineteca svizzera. La suddivisione in tre aree linguistiche crea poi ulteriori limiti. Ciò nonostante, capita talvolta di confrontarsi con piacevoli sorprese. Come quella del celebre «Vitus» di Fredi Murer (2006), che all’estero è piaciuto molto. Negli Stati Uniti si sta addirittura pensando a un suo remake.

A proposito di sovvenzioni: se un americano, abituato alla cultura del «farsi da soli», dovesse chiederle perché lo Stato deve aiutare il cinema, cosa risponderebbe?
Pressoché ogni paese del mondo, piccolo o grande che sia, vanta una produzione nazionale. La settima arte è infatti uno strumento utile per rafforzare la propria identità. Ancor più in Svizzera, dove il cinema, pur con i condizionamenti già ricordati, può facilitare la reciproca comprensione culturale.

Per il cinema svizzero il momento è delicato. In questi mesi si ridiscutono il «Pacte de l’audiovisuel» e il metodo d’assegnazione dei sussidi federali. Cosa succederà?
È ancora presto per dirlo. Lo farò solo quando l’edizione 2011 del Festival del film di Locarno sarà stata archiviata. Durante la kermesse sarò ovviamente in Ticino e ne approfitterò per raccogliere l’opinione di tutti gli interessati. Chi mi conosce, sa bene che per me il dialogo è fondamentale. Il mio compito sta nel preparare il terreno su cui avverranno le discussioni. E sono certo che riusciremo a trovare un compromesso, com’è nella natura svizzera.

D’altronde, come responsabile della sezione Cinema, non è stato assunto solo per prendere decisioni sui finanziamenti…
Esatto. Ci si muove sempre in sintonia con una commissione di esperti, dopo avere ascoltato le parti in causa. Tra i miei incarichi c’è anche l’incentivazione della cultura cinematografica, in varie forme.

Ha già qualche sogno nel cassetto?
Avendo iniziato questa nuova esperienza solo da un mese, sto ancora perfezionando la mia analisi della struttura bernese. Successivamente stabilirò cosa realizzare. Al sogno preferisco in ogni caso la concretezza.

Alcuni addetti sostengono che da noi, in tale ambito, si soffre di un complesso d’inferiorità. È vero?
Non sono d’accordo. Un attore come Bruno Ganz è stato in grado di emergere su scala internazionale. Marc Forster è riuscito a dirigere una pellicola della leggendaria serie con protagonista James Bond. La ticinese Carla Juri è stata premiata come migliore interprete non protagonista ai Quartz 2011 (il Premio del cinema svizzero), e punta agli Stati Uniti.

Quali atout ci vengono riconosciuti?
Sembrerà uno stereotipo, ma abbiamo una mentalità orientata al lavoro serio e preciso. E questo piace. Certo, la concorrenza è forte. A decretare la fama o il flop è, in definitiva, il mercato. Che è sempre poco prevedibile.

A Locarno, nel concorso internazionale, ci saranno ben tre opere elvetiche. Una volontà politica?
Proprio no. Anzi, è un segno di qualità che mi fa gioire. Olivier Père effettua le sue scelte secondo criteri che trascendono le influenze politiche. Se un materiale rossocrociato è stato selezionato, è quindi perché lo merita. Non si tratta di un regalo.

Guardando in prospettiva, l’avvento delle tecnologie digitali potrebbe agevolare l’emersione dei cineasti indigeni?
Sono molto cauto nel sostenerlo. Le principali voci al capitolo «uscite» del piano finanziario rimangono gli stipendi degli attori e del personale tecnico e la promozione. È vero però che, rispetto alla classica e costosa pellicola nel formato 35 millimetri, il digitale alleggerisce le spese di copiatura. A beneficiarne, in particolare, sarà il cinema indipendente.

Per concludere: come appare il cinema svizzero agli occhi di Ivo Kummer?
È mia consuetudine definire i nostri film come opere d’artigianato. Gli artigiani non possiedono industrie immense, bensì minuti atelier. Creano lavori ben fatti, in quantità ridotte e non destinati alle folle. E nel cinema nazionale avviene qualcosa di simile.


Il ritratto
Ivo Kummer

Nato a Soletta nel 1959, laureato in germanistica e giornalismo all’Uni­versità di Friburgo, dal 1° luglio scorso Ivo Kummer è responsabile della sezione Cinema dell’Ufficio federale della cultura. Nel 1987 ha fondato la società di produzione Insertfilm AG e dal 1989 ha diretto le Giornate cinematografiche di Soletta. Nel Concorso internazionale 2011, il Festival di Locarno presenta tre produzioni o coproduzioni svizzere: «Abrir puertas y ventanas» di Milagros Mumenthaler (Argentina/Svizzera/Olanda), «Mangrove» di Frédéric Choffat e Julie Gilbert (Svizzera/Francia) e «Vol spécial» di Fernand Mélgar (Svizzera).

(Cooperazione n. 31, 2.8.2011)

Categories: Cinema svizzero
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